Firenze Modena 1940, tra mito e realtà.

Firenze Modena 1940, tra mito e realtà.

Questa tappa del Giro d’Italia è ormai avvolta dalla leggenda. In un anno per noi italiani particolarmente infausto (qualche giorno dopo, 10 giugno, la chiusura del Giro l’Italia entrerà in guerra) il passaggio di un giovane, ma promettente, gregario a vincitore della gara a tappe nostrana è accolto con particolare entusiasmo. Si profila un nuovo duello ai massimi livelli, come in precedenza era stato tra Girardengo e Binda, tra Binda e Guerra. In un’Italia da sempre abituata a dividersi in due fazioni il passaggio è obbligato. L’attesa però per sapere come il duello si evolverà sarà lunga. Bisognerà, infatti, attendere il 1946 per poter vedere nuovamente le ruote di biciclette da corsa percorrere lo stivale. Terminata la guerra gli organizzatori del Giro saranno tra i primi a voler dare un segno di rinascita, di solidarietà fraterna alla nostra nazione martoriata da anni di conflitto e privazioni. Ma questa è un’altra storia.[1]

“[…] Il ministero dell’Educazione nazionale disponeva la fine anticipata dell’anno scolastico e la temporanea abolizione dell’esame di maturità sostituito dagli scrutini finali: i maturati sarebbero di lì a poco venuti buoni per il fronte. Si infittivano le visite dei ministri nazisti: quello dei Trasporti Kleinmann al nostro sistema ferroviario; quello dell’Agricoltura Walter Darrè alla bonifica del Volturno. Da qualche giorno, il responsabile della redazione romana aveva, in cifra, avvisato la direzione del Corriere della Sera di  ritirare i corrispondenti dalle sedi di Londra e di Parigi”.[2]

È stato un anno “di passaggio”, il 1940, ma comunque importante (e non solo per l’inizio della guerra). Molti gli avvenimenti che poi hanno segnato la seconda parte del “secolo breve” (come è definito il ‘900). Dino Buzzati, che come corrispondente per il Corriere della Sera come “penna di colore” (ovvero letterati che seguirono il Giro d’Italia nel secondo dopoguerra dando “note di colore” sulla corsa e sugli avvenimenti, in parallelo ai giornalisti sportivi) sarà al seguito del Giro del 1949, pubblica “il Deserto dei Tartari”. A febbraio, in America, è uscito il “Pinocchio” di Walt Disney; mentre il 15 ottobre Chaplin, in piena guerra quindi, esce nelle sale con “il Piccolo Dittatore”.

Nel 1940 muoiono personaggi illustri come Nedo Nadi, schermidore italiano, vincitore di 6 ori olimpici; San Luigi Orione, sacerdote italiano, fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza; Italo Balbo, aviatore e capo delle camicie nere; Paul Klee, pittore svizzero; Leon Trotsky, uomo politico russo. Ma è anche anno di nascite altrettanto illustri: nella musica, per esempio, vedono la luce Frank Zappa, Fabrizio de André, Francesco Guccini, Ringo Starr e John Lennon; mentre nello sport ricordiamo Franco Bitossi e un signore soprannominato Pelé.

Ciclisticamente l’annata si è aperta il 19 marzo con il mondiale di primavera, la Milano-Sanremo,

che ha visto trionfare Gino Bartali per la seconda volta.Il Giro non è lontano. Paolo Costa, autore del libro “Gino Bartali, la vita, le imprese le polemiche” racconta: “Giro: Bartali parte per riprendersi ciò che Valetti gli ha tolto l’anno prima. A Torino primo Brizzi (Bianchi) che conquista la maglia rosa. A Genova primo Favalli (Legnano), maglia rosa a Bailo (Bianchi), il nipote di Girardengo. Bartali è secondo nella prima tappa e Coppi è secondo a Genova, dove però finiscono i sogni del capitano. A metà discesa della Scoffera, infatti, Bartali viene investito da un cane e vola sull’asfalto. Poi continua sanguinante. Davanti ci sono Coppi e Favalli. Pavesi sbuffa: «andate, andate, almeno portiamo a casa la tappa». Gino perde al traguardo 5’ 15’’ e finisce all’ospedale. Il medico: «lussazione del femore: servono venti giorni di assoluto riposo!». Mai dire al campione fiorentino certe cose. Il giorno dopo non riesce a camminare ma sta in sella. E va avanti, sperando di guarire. Telefona il commendatore della Legnano, il sciur Mario Della Torre: «Bene, bravo!». Maglia rosa è Pierino Favalli, che tiene alta la bandiera della squadra. Nella terza e nella quarta tappa (con arrivi a Pisa e Grosseto) Coppi sciupa tempo prezioso per due cadute. L’imberbe pare incerto sui pedali: il secondo capitombolo avviene a trecento metri dal traguardo, quando ormai i pericoli sembrano superati. Nell’ottava tappa (arrivo a Terni) anche un’auto della giuria complica la vita a Fausto: gli taglia la strada, altri minuti persi. A Firenze Gino comincia a risorgere. Arriva 2° ed è 13° in classifica.”[3]

Siamo all’undicesima tappa, metà Giro, è tempo di vedere chi sono i veri pretendenti alla maglia rosa di Milano. In poche righe Costa ci tratteggia la situazione: “Valetti è a mezz’ora, cosa che procura qualche fervorino al toscanaccio. Ma le speranze di Pavesi sono in Coppi, il debuttante che è a tre minuti dalla maglia rosa Mollo: Favalli s’è ritirato nella Fiuggi – Terni (8° tappa)”[4]

Oltre all’articolo indicato da Ivan ci sono altre due testimonianze che è possibile recuperare di quella tappa. Testimonianze “illustri”, di due penne sportive di pregio, che per molto tempo hanno fatto sognare gli appassionati con il loro narrare. Un narrare per immagini, in un tempo in cui la televisione aveva ancora da venire, e nel quale la radio raccoglieva attorno a sé casamenti, condomini, palazzi, quartieri e paesi interi. Gianni Brera e Orio Vergani sono penne “illustri”, come già indicato di Buzzati, ma sono, soprattutto, due giornalisti. Sottilissima distinzione tra chi il cronista lo fa, e l’ha fatto e continua a farlo, di professione e l’illustre ospite (intellettuale, scrittore o poeta) che per l’occasione si dedica alla narrazione con la sua chiara firma di stile dello stesso evento sportivo.

Gianni Brera sarà  l’inviato per la Gazzetta al Giro e al Tour nell’immediato dopoguerra (sarà anche giovane direttore della Rosea nel ’49), insieme ad un altro giornalista di spessore come Mario Fossati, e tratteggerà molti degli epici duelli di quegli anni.

Di Brera sul ciclismo abbiamo molti testi (“Addio bicicletta”, “L’anticavallo”, “Il Gigante e la lima”), ma soprattutto conosciamo la sua passione di coppiano. Passione che lo porterà a scrivere una biografia del campione nota come “Coppi e il diavolo – un romanzo”, nel suo stile forte e personale.

È quindi un resoconto di parte della tappa quello che appare nella biografia: “Il domani c’è l’Abetone (Firenze- Modena via Pistoia ). «Che facciamo domani, sior Pavesi ?” «Attacca il Gino», dice l’Avvocatt con voce grave. Ma sulle prime rampe gli si smolla il movimento e deve tardare. E intanto i “Bianchi” remano di gran lena. Fausto avverte la voce matta che dice di andare. Vien su dal didentro, misteriosissima voce. L’ha sempre sentita nei momenti difficili. Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone. Via via acchiappa tutti. E infine si trova solo a condurre. Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone: capace pure di vincere, se il capitano vorrà.”[5] Subito, già durante la lettura, salta agli occhi un’inesattezza evidente: “Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone.”[6] Come ha indicato la cronaca sportiva di Ambrosini quel giorno diluviava. Il giovane Fausto va, va con la benedizione di Pavesi (nome illustre dei primi Giri d’Italia e tra i pionieri della strada, soprannominato l’Avvocatt proprio da Brera) e il placet dell’uomo di “ferro”, che “sulle prime rampe gli si smolla il movimento centrale e deve tardare”[7]. Altra inesattezza: “Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone”[8].In realtà, come già indicato, Cecchi, pedalatore toscano [9], valica sull’Abetone per primo e Coppi passa per secondo ad un battito d’ali, 7 secondi. Ma sta nascendo un mito e Brera sta dando il suo contributo.La narrazione corretta degli eventi lasciamola ai cronisti, qui dobbiamo toccare altri tasti, far sentire la forza del giovane, la sua leggerezza nel pedalare, lo scrivere su quelle strade appenniniche le prime trame della sua storia e poi della leggenda.

Altra penna, come stiamo vedendo, quella di Orio Vergani (anch’egli coppiano, ma più misurato), corrispondente al Giro per il Corriere della Sera. Meno iperbolica rispetto a quella del collega, più concisa e diretta, ma altrettanto evocativa: “Noi potevamo ‘tallonare’ i corridori, spiare la loro fatica, i loro spasimi, le loro crisi. Eravamo veramente i testimoni del loro dannato mestiere; li vedevamo lagrimare per la stanchezza, vedevamo minuto per minuto la vicenda crudele dei loro crampi, della loro fame, dei loro dolori di ventre e persino, bisogna dirlo, delle loro dissenterie. Fatica da galeotti, spasimi da fachiri; uno spettacolo talvolta crudele, orrendo, nauseante, da riferire sotto il mantello di porpora della retorica. Il cielo era grigio, le valli e i colli nascosti dalla nuvolaglia; il verde della campagna s’era fatto lugubremente bigio. La gente ai bordi della strada apriva già grossi ombrelloni di tela cerata verde. Cadevano le prime gocce di pioggia, diventate subito dopo fittissime e scroscianti, a tambureggiare sui teloni delle ‘capotes’ delle nostre macchine. Le pendici del monte già ruscellavano di improvvisi rigagnoli. Le nuvole si sfilacciavano fra gli abeti. Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi.”[10]

Ecco la nascita del Campionissimo per antonomasia. Ecco le pedalate epiche che ne apriranno la strada al mito. E parlando di Epica, di eroi giovani e forti, tutti novelli Achille alle mura di Troia, ancora Brera: “E’ ancora solo Fausto: gli canta dentro la voce misteriosa: le gambe sono falconi miracolosi: il fiato è libero e lungo… Vero che ha gli occhi un po’ incrociatelli, ma Pavesi non sa. «Compensa, compensa la pedalata» gli grida per farsi sentire vicino. «Allez, Tegole, che sei un piccolo Dio.» Arriva tutto solo a Modena e la gente si guarda stupita. «Bravo», gli grida Bartali con voce sorda (sono tutti imbarazzati con lui: è avvenuto qualcosa di troppo grosso sull’Abetone, che è sempre stata la sua montagna). E Pavesi: «Bravo, bravissimo: però non dimenticare che Bartali è il tuo capitano.»”[11]

Si Bartali, il “vecchio” Ettore, è ancora il capitano e questo è bene che il giovane Fausto/Achille non se lo scordi durante tutto questo Giro. Del resto lo stesso Bartali nel Dvd che la Gazzetta gli ha dedicato nel 2005, recuperando una intervista televisiva con Gianni Minà, afferma: “ […] Se non c’ero io a portarlo lui era facile a demoralizzarsi…“[12] La domanda che a questo punto un appassionato, e che lo stesso Vergani si pone, è: “Bartali avrebbe potuto raggiungere Coppi? Si può crederlo perché, al termine della successiva salita che porta alla torre di Barigazzo (mt. 1221), Bartali aveva a sua volta superato quelli che prima lo precedevano e veniva con Didier, immediatamente alle spalle di Cecchi, superato da Coppi da un distacco di oltre due minuti. Mollo, Cottur, Canavesi e compagni erano indietro e Bartali appariva sempre più in vena come non gli accadeva da vari giorni. E’ probabile che il pensiero di non costituire un punto d’appoggio fra Coppi e gli inseguitori l’abbia trattenuto dal pigiare a fondo per non riportare i più diretti interessati a ridosso del fuggiasco solitario. Appena, infatti, alle sue spalle il gruppo dei primi ha stretto di nuovo il suo nodo, egli ha rallentato e non ha dato nemmeno una pedalata di più del necessario per rimanere con loro.”[13]

La ricerca dell’epicità fa accostare Coppi a Binda, all’epoca sul viale del tramonto, ma corridore di stoffa sopraffina. Capace di vincere 5 Giri d’Italia, per citar appena quello del 1930 (a cui non fu invitato, ma gli fu pagato il premio finale direttamente, per manifesta superiorità), e 3 Campionati del Mondo. Oppure viene avvicinato a Girardengo, altro pedalatore inesauribile, che negli anni ’20 aveva dominato in lungo e in largo vincendo anch’egli più volte il Giro d’Italia. Vengono seminati così i prodromi del “duello” che esploderà nel primo dopo guerra.[14]

La strada è stata tracciata. Il rivale italiano di Bartali è stato trovato; la sfida può essere lanciata e “cantata”. Occorreranno sei lunghi anni prima che il Giro d’Italia riprenda a percorrere le strade martoriate della nazione, ma lo scontro epico tra il giovane Achille e il vecchio Ettore, come li definirà Buzzati nel suo resoconto del Giro 1949[15], è inevitabile. Bartali “sconfitto”, ma mai domo, vincerà il Giro del 1946 e il Tour del 1948, a dieci anni dalla sua precedente affermazione in Francia, e a poco più di un mese dalla sconfitta da Coppi al Giro. Coppi astro nascente e inarrivabile del ciclismo nostrano e mondiale. Il Campionissimo e “l’uomo di ferro”. Tutto partì da qui, sotto “una pioggia sferzante, con un vento contrario e con un freddo che ha paralizzato ben presto i meno forti”[16], nella terra di confine tra Toscana ed Emilia.


[1] – Paolo Facchinetti, Introduzione – L’Italia del giorno dopo, in “Quando spararono al Giro d’Italia”, Limina Edizioni, Arezzo, 2006
[2] – Orio Vergani, “Caro Coppi”, Mondadori, Milano, 1995, pag.14
[3] – Paolo Costa, “Gino Bartali: la vita, le imprese, le polemiche”, Ediciclo Editore, Portogruaro, 2001, pag. 64
[4] – Paolo Costa, Op. Cit., pag. 64
[5] – Gianni Brera, “Fausto Coppi”, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2006, pagg. 119 – 120
[6] – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120
[7] – Gianni Brera, Op. Cit., pagg. 119 – 120;
Orio Vergani: “Bartali aveva avuto delle noie al cambio e aveva dovuto fermarsi anche per una rapida riparazione”, Op. Cit. pag. 12
[8] – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120

[9] – Orio Vergani: “Un anziano, il piccolo Cecchi di Monsummano, ha scritto il suo nome sulla vetta dell’Abetone dopo aver scompaginato, con il suo attacco lungo le rampe della salita delle Piastre, il buon ordine del plotone. Cecchi ha spremuto tutto di sé con l’ostinazione dei suoi giorni migliori. Uno scalatore, che non è mai stato della classe dei massimi, ha superato i giovani che oggi avevano tentato di stargli dietro, come Volpi e De Stefanis. Ma Coppi non era lontano. Era esattamente a 7 secondi, dopo aver superato uno per uno i concorrenti che Cecchi aveva disseminato. Il giovanissimo scalatore avrebbe riagguantato e mollato il toscanino nella successiva discesa e da quel momento – eravamo a 100 kilometri dall’arrivo e le rampe non erano ancora finite – nessuno l’avrebbe rivisto più. Dietro di lui, in vetta all’Abetone, passavano a 1’55” Bizzi, Diggelmann, Benente, Mollo, Marabelli, Cottur, De Stefanis, Generati e Crippa; a 2’57” Simonini, Canavesi e Rogora, a 3’30” Vicini e Vignoli; a 3’40” Didier; a 4′ Valletti, Magni e Bartali.”, Op. Cit. pagg. 10 -11
[10] – Orio Vergani, Op. Cit. pag.11
[11] – Gianni Brera, Op. Cit., pag. 120
[12] – Dvd I Miti del Ciclismo: Gino Bartali, supplemento a La Gazzetta dello Sport, Milano, 2005
[13] – Orio Vergani, Op. Cit. pag.12 – 13
[14] – Orio Vergani: “Ma il tortonese era intanto già arrivato a Modena e conosceva già le gioie del primo trionfo e dei primi paragoni inevitabili con Binda e Girardengo, nomi mormorati in tono commosso dai vecchi tifosi.” Op. Cit. pag.13
[15] – Dino Buzzati, “Dino Buzzati al Giro d’Italia”, Oscar Mondadori, Milano, 1997, pag. 144
[16] – Orio Vergani, Op. Cit. pag.10

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